Ti scrivo perché ti ho letto. Lettera a Wanda Marasco, autrice di “Di spalle a questo mondo” Neri Pozza editore

Ti scrivo perché ti ho letto. Lettera a Wanda Marasco, autrice di “Di spalle a questo mondo” Neri Pozza editore
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In questa rubrica Daniela Marra raccoglie lettere nate da letture che hanno lasciato un’impronta profonda. Libri che conducono altrove, parole che hanno saputo accendere uno sguardo, muovere un passo. Qui, chi legge non recensisce: racconta il suo attraversamento, e affida alla parola scritta il gesto antico della gratitudine.


Dell’innocenza che si salva, dell’amore che ferisce, dell’oblio che veglia


di Daniela Marra

Cara Wanda,

ho terminato la lettura di Di spalle a questo mondo da tempo, ma ho atteso prima di scriverti. Ho atteso che le pagine si posassero nel sangue, che l’eco si amplificasse, che il corpo metabolizzasse lo scavo e il cuore riprendesse un ritmo ordinario. Non si chiude in fretta un libro come Di spalle a questo mondo.

Non si richiude nemmeno, forse. Resta socchiuso nella mente, come una porta che sbatte piano in una casa deserta, e continua a mandare echi. Perché non è semplicemente un romanzo: è un varco. Un’entrata nel tempo, e nella carne. Ho finito di leggerlo all’imbrunire, in un silenzio che pareva già dentro il libro. E mi sono detta: chi oggi scrive così? Chi osa ancora questa profondità, questa resa incondizionata alla parola? Chi si concede, e ci costringe, a una lingua che non imita ma scava? La risposta era semplice: tu, Wanda. Solo tu.

Avevo già amato il tuo sguardo laterale sul mondo, quella tua lingua che viene da sotto, da dentro, da prima, una lingua che sembra scavata con le unghie più che scritta con una penna. Ma qui, con Di spalle a questo mondo, ti sei spinta oltre. Ho immaginato il tempo che scorreva mentre scrivevi, tanto, lento, una vita. Una vita che si è fusa con quella di altri: Ferdinando Palasciano, Olga Pavlova  Vavilova, e poi Napoli, i corpi, la storia, la follia.

Mi hai trascinata nel cuore dell’Ottocento, tra il 1887 e i decenni che precedono e seguono l’Unità d’Italia. Un’epoca in fermento, spezzata tra ciò che sta crollando (i Borbone, un ordine, un’idea della medicina, della guerra, dell’uomo) e ciò che si affaccia con arroganza e incertezza.

In questa faglia ho incontrato le tue creature, mai “comparse”, mai “attori della Storia”, ma sempre anime sbilenche, mosse da un’urgenza altra, che non è quella del potere, ma sempre quella del sentire.

In una zona sospesa tra l’antico e il nuovo che è Capodimonte, in una torre merlata, si consuma l’incontro e il destino di due anime fuori posto: Ferdinando Palasciano, medico e filantropo, e Olga Pavlova Vavilova, nobildonna russa dalla zoppia enigmatica, forse più dell’anima che del corpo. È da questo incontro clinico – un consulto per una gamba imperfetta – che nasce un amore assoluto, spogliato di ogni orpello sentimentale, e perciò ancora più potente.

Ferdinando è realmente esistito, lo sappiamo: nato a Capua nel 1815, medico dell’esercito borbonico, precursore della Croce Rossa, fu processato per insubordinazione dopo aver curato i nemici sul campo di battaglia, salvato poi da Ferdinando II in persona con una motivazione che fa un po’ ridere e anche un po’ piangere. Ma tu non hai voluto fare una biografia, Wanda, e questo è il primo merito del tuo lavoro: hai preso la materia storica e l’hai scolpita con le mani della poesia e della psiche.

Hai fatto di un uomo “carico del dolore del mondo” un personaggio tragico e simbolico, un corpo che tenta, fino alla follia, di farsi contenitore delle ferite altrui. Con lui, Olga: fragile, devota, instabile, bellissima anche nella smarginatura della sua identità. È lei a dare voce all’inizio del romanzo, ed è a lei che spetta anche la fine, in una struttura ad anello che ha la circolarità del destino e del tempo interiore.

La sua zoppia – come ben sai e ci fai sentire – è la metafora che attraversa il romanzo: tutti, in fondo, claudichiamo. C’è una zoppia della mente, del desiderio, della memoria. Una zoppia che non si cura, ma si abita.

Di spalle a questo mondo è un romanzo storico, sì, ma sarebbe limitante lasciarlo in quell’etichetta. Hai evocato un Ottocento teso e torbido, fatto di rivoluzioni mancate, di lutti e di visioni – Garibaldi, Pisacane, Mazzini, il tramonto borbonico e il sogno dell’unità nazionale – ma il tuo vero interesse è altrove: nella malattia mentale come forma di lucidità, nel delirio come possibilità conoscitiva, nell’amore come unica salvezza che non redime.

È anche un romanzo drammaturgico, e non solo per la tua cifra teatrale che si fa sentire nella costruzione delle scene, nei dialoghi spezzati, nella tensione tragica che percorre le pagine. È drammaturgico perché ogni gesto, ogni parola, è una messa in scena dell’anima. In Ferdinando la mente si torce, scrivi, e infatti il romanzo intero si torce con lui, dentro un linguaggio che unisce il napoletano, la lingua della madre, alla solennità della poesia e alla precisione della medicina.

Hai scelto una materia difficile, che la letteratura, quella timida e beneducata, spesso rifugge: la Storia, e non quella celebrata, ma quella che si consuma tra le mura di una torre, sul confine, sempre ambiguo, tra la gloria e l’ombra. E hai scelto due creature – Ferdinando, medico di guerra, idealista e precursore della Croce Rossa, e Olga, fragile e fedelissima moglie straniera – per attraversare non solo un’epoca, ma lo strato più profondo della condizione umana: la sua fatale claudicanza.

Così la storia diventa pretesto per parlare dell’umano, dove la torre merlata diventa luogo simbolico, non rifugio, ma camera di risonanza, da cui osservare la caducità del mondo, e da cui, infine, voltargli le spalle. Il gesto che dà il titolo al libro non è un atto di resa, ma di fedeltà. A sé stessi, all’amore, alla follia che ci salva dalla brutalità dell’adattamento.

E quanto amore hai messo, Wanda. Ma non l’amore rassicurante dei romanzi romantici. L’amore che consuma, che spoglia, che non guarisce. L’amore che rende vivi anche nella perdita. Quello che, dici tu, “quando accade, accade all’infinito”.

È un sentimento che attraversa il manicomio, la morte, il tradimento della realtà. Non c’è cinismo nelle tue pagine, neppure quando racconti lo strazio. C’è compassione, nel senso più alto del termine: la capacità di sentire con l’altro. Di entrare nella sua ferita. Di accoglierla.

Hai restituito alla letteratura un uomo che la Storia aveva rinchiuso tra le note a piè pagina. Lo hai portato fuori dalla cronaca e dentro la vertigine. Palasciano, militare, idealista, condannato per aver curato anche i feriti “nemici”, per lui non esistevano nemici, ma solo corpi sofferenti. Ed è qui che il tuo libro si separa da ogni genere e da ogni canone: Di spalle a questo mondo non è un romanzo biografico, né un romanzo d’amore, né un romanzo sulla follia.

È tutte queste cose, ma trasfigurate. Come accade solo nella vera letteratura. Al suo fianco, Olga, zoppicante, straniera due volte. In lei c’è tutta la fragilità che è anche forza, tutta la marginalità che diventa centro. Si incontrano per una ferita, un’andatura sbagliata, e insieme attraversano la malattia, la passione, il delirio.

Vivono chiusi in una torre che domina Napoli, una torre vera, oggi trasformata in B&B (che ferita simbolica anche questa!). Ma in quel tempo, la torre era frontiera tra il mondo e l’irrealtà. Un luogo verticale, più prossimo al cielo che alla città.

E Napoli, Wanda, Napoli. Mai scritta con folklore, mai con estetismi. Ma Napoli “alta”, notturna, Napoli che osserva e tace. Una Napoli che hai saputo rendere protagonista non per il suo colore, ma per il suo dolore. La città diventa corpo essa stessa, sfasato, smarginato, che respira come un animale antico. E in mezzo a tutto questo, tra le pieghe della follia e della bellezza, fanno la loro comparsa gli attori secondari di un coro tragico e segreto.

Ognuno funzionale al vibrato del romanzo: quelli che abitano le soglie, che parlano in minore, che sussurrano nella trama, eppure lasciano un’impronta, un tremito. Eduardo Dalbono, pittore delle lontananze, arriva nella Torre come chi entra in punta di pennello in un luogo consacrato al dolore. Chiamato a ritrarre il Vesuvio, finisce per affrescare l’invisibile.

Antonio Ranieri, spettro gentile, custode di ossa e silenzi, della letteratura sepolta e non ancora sepolta, della memoria che palpita appena sotto l’erba, e che chiede di non essere detta, ma soltanto accolta. Carmelina e Isidoro, le mani che riordinano ciò che il dolore scompone, le voci che conservano, in una lingua altra, preistorica quasi, che accoglie, consola, e piange senza piangere. Nessun gesto è piccolo, nessuna cura è solo pratica: ogni loro movimento ha il tono sommesso della devozione.

E in un angolo, i pupi, marionette dimenticate, conservate in un armadio come reliquie. Appartengono a un altro tempo, ma non sono morte: aspettano. Sono il teatro bambino che resiste anche quando tutto il resto crolla. Il gioco che fu, e che ora è solo eco. In loro vive l’illusione, forse l’unica forma possibile di sopravvivenza quando la realtà, come accade qui, implode. Infine, l’asinella,  piccola, silenziosa creatura salvata dalla crudeltà, tenuta viva come si tiene in vita un sogno troppo fragile per esistere. Non è solo un animale: è l’innocenza. L’ultima, forse. Un gesto di amore puro, testardo, privo di speranza eppure necessario.

È il medico che la cura, sì, ma è l’uomo che, pur sull’orlo della follia, si inginocchia davanti al tremito della vita più piccola. Tutti questi personaggi, Wanda, non sono secondari. Sono i lumi bassi nel buio, le figure che, come in certi quadri notturni, illuminano non il centro, ma il silenzio che gli ruota attorno. E poi c’è lui.Inizio moduloFine modulo Vincenzo Gemito.

Tu non lo esibisci, lo sfiori. Eppure basta. Basta per sentirlo tremare tra le pagine come una nota stonata che è anche verità. Gemito, scultore della vita e della miseria, artista anch’egli toccato dalla mente impazzita, è qui un’ombra fraterna, quasi un doppio di Palasciano, e anche di te, se posso permettermi: artista tragico, devoto al corpo e dilaniato dalla sua impossibilità di guarire. La sua presenza è un dono sottile, che chiama in causa tutta la disperata grandezza di un Sud che si fa arte attraverso la malattia.

Scrivi con il corpo, si sente. Ogni frase sembra sfinita, consumata da una necessità che non concede tregua. In alcuni momenti ho avuto l’impressione che non raccontassi una storia, ma la partorissi. E questo dolore di creazione, questo affanno, questo dono che si fa anche esaurimento, è uno dei segni più autentici del tuo romanzo. La tua lingua non è un medium, è un corpo vivo.

Sporca e sacra, impastata di scienza e superstizione. Non conosce gerarchie. Sa passare dalla carne alla visione, dalla cronaca alla poesia, senza mai perdere tensione. È una lingua che sa ferire e sa consolare, ma mai nello stesso momento. Va letta lentamente, come si leggono i salmi.

Mi ha colpito l’architettura che occhieggia alla struttura: il racconto che si avvolge e si svolge come una spirale, i cambi di punto di vista, la voce ora narrante, ora diaristica, ora disincarnata. Come se la coscienza stessa si frammentasse, e forse è proprio questo che ci stai dicendo: che la verità non è mai una linea retta, ma una fessura, uno specchio rotto, un respiro sospeso tra ciò che siamo e ciò che ci resta da capire di noi stessi. Eppure, ciò che resta non è la trama.

Non è l’ambientazione. Èla frattura necessaria, il doppio volto della realtà, l’incongruenza dell’essere. Quella che porti nel titolo e che attraversa ogni scena. Non c’è qui un desiderio di fuga, non è un romanzo sull’evasione. È, semmai, un romanzo sull’ostinazione dell’amore, che anche davanti alla follia, alla perdita, alla morte, sceglie di restare. Voltarsi non per abbandonare, ma per non tradire. zE allora, se c’è una parola per dirlo, forse è questa: fedeltà.
Alla memoria. Alla carne. Alla voce. Alla scrittura.

In Palasciano non c’è solo la figura del medico visionario, del precursore della Croce Rossa, dell’uomo che volle curare anche i nemici. In lui si deposita, come in un crogiolo, il dolore del mondo. La sua follia, a ben guardare, non è malattia, ma un surplus di lucidità, un eccesso di empatia che diventa insostenibile. In lui, come in certi artisti, certi santi, certi folli, il limite tra sé e l’altro viene meno.

E a quel punto si può solo amare o impazzire. O entrambe le cose. Hai saputo rendere il dolore concreto e al tempo stesso astratto, simbolico, quasi archetipico. Sei riuscita a non rimanere mai prigioniera della Storia. Anzi, l’hai usata come si usa una maschera: per dire l’indicibile. Per parlare della malattia, della morte, della paura, ma soprattutto, ancora una volta, dell’amore. Non quello consolatorio, ma quello feroce, disarmato, che resta anche quando tutto crolla. “Voltare le spalle a questo mondo”, scrivi.

Eppure non c’è nulla in te che fugga. Il tuo romanzo, al contrario, guarda il mondo negli occhi, ma lo fa da un angolo obliquo, come se solo dal margine si potesse vedere davvero il centro. È un romanzo che non chiede al lettore di capire, ma di sentire. Di perdersi. Di essere vulnerabile.

Hai scritto un libro difficile, e generoso. Un libro che chiede silenzio, che chiede ascolto, che chiede lentezza. Non urla, ma resta. E in questo tempo, Wanda, in cui tutto si consuma in fretta e si dimentica ancora prima, tu hai fatto un gesto grave e bellissimo: hai scritto con la memoria, per la memoria. E per questo ti ringrazio.

Con emozione trattenuta e con affetto,
Daniela

una tua lettrice che ha imparato, come Olga, a zoppicare senza vergogna.

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